Dall’ospitalità di Enea ai muri del presente: perché il mondo antico smentisce la retorica della “reimmigrazione”
Negli ultimi anni una parte della destra sovranista europea ha rilanciato il concetto di reimmigrazione: l’idea che persone immigrate, anche se integrate o residenti da lungo tempo, debbano essere incoraggiate o costrette a tornare nei Paesi d’origine per preservare una presunta identità culturale nazionale. La proposta viene spesso presentata come difesa delle radici, della tradizione e della continuità storica dei popoli europei.
Eppure proprio la storia antica, tanto spesso evocata dai movimenti identitari, racconta una realtà diversa. Greci e Romani non costruirono le loro civiltà chiudendosi all’esterno, ma attraverso continui incontri, migrazioni, contaminazioni e integrazioni. Come ricorda Maurizio Bettini nel suo libro Homo sum, l’antichità offre esempi sorprendenti di apertura verso lo straniero e di riconoscimento dell’umanità comune. La storia, insomma, sembra parlare una lingua assai diversa da quella della “reimmigrazione”.
L’identità antica non era una fortezza
Una delle convinzioni più diffuse nel dibattito contemporaneo è che le identità collettive siano realtà pure, stabili e immutabili. Gli studi storici e antropologici mostrano invece il contrario.
Lo storico francese Marc Bloch osservava che nessun popolo nasce isolato. Le culture si formano attraverso scambi, conflitti, prestiti reciproci e trasformazioni continue. Anche il sociologo Norbert Elias sottolineava come le società siano processi in movimento e non essenze fisse.
Roma ne è forse l’esempio più evidente. I Romani stessi non si consideravano una comunità etnicamente omogenea. La loro storia nasce dall’incontro tra Latini, Sabini, Etruschi e numerose altre popolazioni italiche. La forza di Roma non derivò dalla purezza, ma dalla capacità di incorporare differenze.
In questo senso, il concetto moderno di “reimmigrazione” appare paradossale: pretende di difendere una tradizione storica che, in realtà, si è sempre nutrita di mescolanze.
Enea: il profugo che diventa fondatore
L’esempio più celebre è forse quello di Enea.
Nell’Eneide di Virgilio, il futuro progenitore dei Romani non è un conquistatore che parte alla ricerca di terre da dominare. È un profugo. Fugge da Troia distrutta dalla guerra, attraversa il Mediterraneo e approda sulle coste africane.
Qui incontra Didone, regina di Cartagine, che gli offre accoglienza, protezione e aiuto.
Il particolare è significativo. Uno dei miti fondativi della romanità non racconta la difesa dei confini contro l’estraneo, ma la sopravvivenza di uno straniero grazie all’ospitalità ricevuta.
Se applicassimo la logica della “reimmigrazione” al mito romano, Enea avrebbe dovuto essere respinto. Invece la tradizione letteraria lo trasforma nel capostipite stesso della futura civiltà romana.
Maurizio Bettini ha più volte sottolineato questo paradosso: il racconto identitario per eccellenza dell’antica Roma nasce dall’esperienza di un migrante.
La xenia greca: lo straniero sotto la protezione degli dèi
Un secondo esempio proviene dalla Grecia.
Nel mondo greco esisteva il principio della xenia, l’ospitalità sacra verso il forestiero. Chi bussava alla porta di una casa doveva essere accolto prima ancora di essere interrogato sulla propria identità.
Nell’Odissea di Omero questo tema ricorre continuamente. Ulisse viene ospitato dai Feaci senza che nessuno conosca inizialmente il suo nome. Soltanto dopo aver ricevuto cibo, riparo e assistenza gli viene chiesto chi sia.
Dietro questa pratica vi era una convinzione fondamentale: lo straniero poteva essere protetto da Zeus Xenios, la divinità garante dell’ospitalità.
Naturalmente la Grecia antica non era una società moderna né una democrazia multiculturale. Esistevano discriminazioni, guerre e schiavitù. Tuttavia colpisce che uno dei valori morali più celebrati fosse proprio il dovere di accogliere chi arrivava da lontano.
La paura dello straniero non rappresentava una virtù. Al contrario, il rifiuto dell’ospitalità era spesso considerato segno di barbarie.
Roma e la cittadinanza come inclusione
Il terzo esempio riguarda la straordinaria capacità romana di integrare popolazioni diverse.
Lo storico Theodor Mommsen definì la cittadinanza romana uno degli strumenti politici più innovativi dell’antichità. Roma non si limitava a dominare territori; progressivamente estendeva diritti e forme di appartenenza a popoli inizialmente considerati esterni.
Questo processo raggiunse il suo culmine nel 212 d.C., quando l’imperatore Caracalla promulgò la Constitutio Antoniniana, concedendo la cittadinanza romana a quasi tutti gli uomini liberi dell’Impero.
L’evento rappresenta un passaggio storico enorme. In un mondo vastissimo, che andava dalla Britannia alla Siria, l’appartenenza politica veniva definita sempre meno dall’origine etnica e sempre più dall’inclusione in una comunità giuridica comune.
Anche qui il contrasto con le retoriche contemporanee è evidente. L’espansione romana non fu costruita sull’espulsione degli stranieri, ma sulla loro progressiva integrazione.
L’umanità comune: da Terenzio alla Dichiarazione universale
Forse il testo più sorprendente dell’antichità è una frase scritta dal commediografo romano Publio Terenzio Afro:
«Homo sum, humani nihil a me alienum puto».
Tradotta: Sono un essere umano, nulla di ciò che è umano ritengo mi sia estraneo.
Queste parole, pronunciate oltre duemila anni fa, anticipano in modo sorprendente l’universalismo moderno. Non definiscono l’uomo in base alla provenienza, alla lingua o alla nascita, ma in base alla comune appartenenza alla condizione umana.
È la stessa intuizione che, dopo le tragedie del Novecento, ispirerà la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: ogni persona possiede dignità e diritti indipendentemente dall’origine nazionale o etnica.
Naturalmente il mondo antico non realizzò mai pienamente questi principi. Tuttavia essi esistevano già come ideali morali e filosofici.
La lezione dimenticata della storia
Il problema della “reimmigrazione” non è soltanto politico. È anche storico.
Essa presuppone che le società siano organismi chiusi, che la mescolanza sia un’anomalia e che l’identità coincida con l’esclusione dell’altro. La ricerca storica, sociologica e antropologica mostra invece che le civiltà più dinamiche sono spesso quelle capaci di incorporare differenze.
Da Erodoto a Claude Lévi-Strauss, passando per Zygmunt Bauman, molti studiosi hanno evidenziato come il contatto con l’alterità rappresenti una fonte di crescita culturale e non necessariamente una minaccia.
Grecia e Roma non furono paradisi dell’inclusione. Furono però civiltà costruite attraverso migrazioni, incontri e contaminazioni. Ed è difficile trovare nella loro storia argomenti a sostegno dell’idea che una comunità debba preservarsi espellendo chi viene da altrove.
Chi invoca l’antichità per giustificare politiche identitarie radicali spesso dimentica una verità fondamentale: il Mediterraneo classico era un immenso spazio di mobilità umana. Mercanti, coloni, soldati, schiavi, esuli e profughi attraversavano continuamente mari e frontiere.
Enea era un rifugiato. L’ospitalità era una virtù sacra per i Greci. Roma divenne grande integrando popoli diversi.
Forse la lezione più attuale arriva proprio da Terenzio: essere umani significa riconoscere nell’altro qualcosa che ci riguarda. Una frase di oltre duemila anni fa che continua a mettere in discussione molte semplificazioni del presente.

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